immortalare l’anima

08_eyes_as_big_as_plates_agnes_Iimmortalare v. tr. [der. di immortale]. – Rendere immortale; solo in senso fig. (per lo più enfatico), dare fama imperitura, perpetuare nella memoria degli uomini (Fonte Treccani).

Nella nostra epoca non esiste nessuna opera d’arte che venga osservata con attenzione quanto la propria fotografia, scriveva Alfred Lichtwark nel 1907.
Senza conoscere la data, avremmo tranquillamente potuto credere si trattasse di un pensiero riferito alla recente moda dei selfie.
Chissà quanto dovesse apparire strano e affascinate, per i primi soggetti fotografati, soprattutto se a loro insaputa, guardarsi su quel pezzetto di carta, riconoscendosi, pur senza riconoscersi, in quell’estranea espressione che nemmeno lo specchio quotidiano aveva riflesso mai (forse anche per questo si osservavano con tanta attenzione).

Dopo millenni in cui l’unica rappresentazione possibile del mondo era stata la pittura, l’invenzione della fotografia illuse l’uomo di poter finalmente catturare la verità.
Un ritratto su tela, sia pur perfetto, era frutto della mediazione dell’artista, la fotografia, al contrario, fondava le sue basi in un procedimento scientifico. E cosa più della luce, con cui la macchina scrive, avrebbe garantito l’imparzialità necessaria per raccontare la realtà?

davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.
Roland Barthes

Ma la scelta del taglio e la presenza del fotografo sulla scena erano, da soli, fattori più che sufficienti per minare le basi di quel sogno di evidenza incontestabile.
Non a caso, la balena bianca di alcuni grandi (Dorothea Lange, Paul Strand, Walker Evans), fu la caparbia ricerca della vera essenza del soggetto raffigurato, raggiungibile, a loro avviso, solo attraverso il mantello dell’invisibilità.

L’essenza può darsi, ma la verità mai, almeno questo sostiene Giovanni Arpino nella sua invettiva “Contro la fotografia”: i quadratini di carta che circolano nelle tasche e che dovrebbero rappresentarti non sono mai te, neppure un momento minimo di te, neppure l’ombra una foglia che la pianta uomo è.
Secondo Arpino, ma non solo secondo lui, per quanto somiglianti noi si possa pensare di essere, guardando e riguardando quel quadratino, le immagini sono solo all’apparenza nostre, perché il nostro vero io non è riproducibile, manco in un milione di scatti. Ché noi siamo vita e la vita non si può fermare in un istante.

Ma io non disdegno di guardati e riguardarti
nel quadratino di carta che t’ho rubato,
e conservo ora – gelosamente – nel portafoglio.
E gli infiniti mancanti della tua vera essenza,
li riempirò a mano con la memoria del cuore,
che per definizione ci illude,
ma di qualcosa bisognerà pur morire,

PS per parlare di questo, ma soprattutto di come comunicare con le immagini, vi aspetto a Bologna il 21 aprile

Testi da cui ho tratto spunto per questo articolo:
La camera chiara – Roland Barthes
Contro la fotografia – Giovanni Arpino
L’infinito istante – Geoff Dyer
E qui il sito dove ho trovato fotografia: riittaikonen.com (guardatele tutte)

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